

24. La tragica epidemia di spagnola.

Da: G. Cosmacini, Medicina e sanit in Italia nel ventesimo
secolo, Laterza, Bari, 1989.

Tra il 1918 e il 1919 quasi la met della popolazione mondiale
venne colpita o sfiorata da una tragica epidemia di influenza
denominata spagnola, che fece milioni di vittime, in gran parte
giovani e donne. Nel seguente passo Giorgio Cosmacini, medico e
autore di varie opere sulla storia della medicina, dopo aver
riportato i dati relativi alla mortalit, ci fornisce interessanti
informazioni relative all'impatto che l'epidemia ebbe sulla
mentalit collettiva ed illustra le conoscenze mediche, i metodi
di cura e le misure igieniche adottate.


Se nella mentalit popolare, nella memoria storica della gente, la
spagnola ha un termine di paragone nella peste secentesca, nella
letteratura specifica [...] trover un termine di riferimento
addirittura nella peste nera descritta dal Boccaccio sei secoli
prima. Ma con questa differenza, tra le altre: a met Trecento
l'immane crisi di sopravvivenza aveva investito in due anni
l'umanit euroasiatica; in quattro mesi, tra l'ottobre 1918 e il
gennaio 1919, viene coinvolta la met del genere umano. Colpita o
sfiorata  la met della popolazione del globo, almeno un miliardo
tra uomini e donne. I morti complessivi si contano a milioni. In
Europa, tenuto conto che la Russia  paese europeo soltanto a
met, il primato negativo spetta all'Italia: 600 mila morti,
quanti i morti in guerra, e il pi alto tasso di mortalit.
Colpiti sono soprattutto i giovani, dall'adolescenza alla
maturit, e particolarmente le donne, quasi che la mortalit per
influenza che falcia il sesso debole voglia compensare la
mortalit da cause belliche che falcia il sesso forte. La
letalit generale tocca punte dell'80 per cento nei soggetti
colpiti da complicanze broncopolmonari. Non manca, tra i medici,
chi istituisce un parallelo tra pulmonite influenzale e
pulmonite pestosa. [...].
Come vive la gente, nell'autunno del 1918, l'esperienza traumatica
della spagnola? Le forme assunte dalla mentalit collettiva
appaiono anacronistiche. L'incognita delle cause non  minore
dell'ignoranza trecentesca delle cause della peste. Di quale
epidemia si tratta? Epidemia-sfinge, la chiama un insigne
igienista, Ernesto Bertarelli, cos sfinge che pare si irrida di
noi e delle nostre fissazioni di conoscere. Al livello delle
conoscenze mediche ci sono tante teorie, quanti dottori. Al
livello del senso comune e ai livelli conoscitivi intermedi non
mancano congetture o credenze bizzarre, incriminanti al modo del
vecchio Galeno l'estate calda e secca in Europa (per fredda e
umida in America), oppure - come i professori della Sorbona nel
1348 - la congiunzione nefasta di due pianeti, questa volta
Saturno e Nettuno, in un segno zodiacale impropizio, questa volta
il Leone. All'ipotesi neo-aerista, verificata o falsificata dai
meteorologi, si contrappone o giustappone l'ipotesi astrologica,
ammodernata nei termini di perniciosa influenza planetaria
sull'elettromagnetismo terrestre. Non mancano [...] le
interpretazioni religiose secondo cui la spagnola  l'avverarsi di
una profezia biblica o il concretarsi in una seconda guerra
dell'ira divina; n mancano le interpretazioni politiche secondo
cui la spagnola , in Italia e nei paesi alleati, la
batteriologica arma segreta di una Germania alle corde.
L'anacronismo non  minore per quanto attiene ai modi
comportamentali. Fuga e isolamento, prevalere degli egoismi sulla
solidariet o viceversa piet per il prossimo come scelta di vita,
licenziosit o santit, rilasciamento o stretta dei freni
inibitori, rassegnazione o rabbia, noncuranza o angoscia: queste,
e altre ancora, le reazioni alla massima tra le paure, la paura di
morire. E' uno spettacolo di altri tempi, pi o meno remoti. In
parecchie citt i malati vennero isolati come nel Medio Evo. Gli
ospedali regrediscono da fabbriche di salute ad alberghi di
disgrazia: la corsia d'ospedale era divenuta uno dei luoghi al
mondo dov'era pi facile morire. Si adottano misure pi empiriche
che scientifiche: le fumate di tabacco germicida si intrecciano
alle nebulizzazioni in apposite camere a gas. Nel solco della
tradizione interventista dell'alto clero ambrosiano, risalente
alle due pesti borromaiche del 1575-76 e del 1630-31,
l'arcivescovo di Milano, cardinale Andrea Ferrari, formul una
serie di norme su quel che si doveva o non si doveva fare, neanche
fosse stato un ispettore sanitario: strofinare sempre
energicamente il confessionale, cambiare ogni giorno l'acqua
benedetta, disinfettare i paramenti dopo i servizi funebri.
L'autorit civile, dal canto suo, consiglia di disinfettare tutto.
[...].
Torniamo alla scienza medica. I quadri epidemiologico, clinico,
anatomo-patologico sono sufficientemente precisati. L'epidemia in
Europa ha avuto una prima ondata, benigna, in primavera, quando ha
colpito nell'ordine la Spagna - con una priorit sancita nel nome
- , la Francia, la Scozia, l'Italia, la Grecia, gli Imperi
Centrali, l'Inghilterra, i Paesi Scandinavi. Le caratteristiche
cliniche sono state quelle della cosiddetta febbre dei tre
giorni, che per taluni attribuiscono ai pappataci. Il patologo
medico Ferdinando Micheli, in cattedra a Firenze, cos la
descrive: si attacca, questa malattia, con una febbre spesso
violenta preceduta o no da brividi di freddo, che si accompagna a
un corteo di sintomi abbastanza caratteristico fra cui ricordo un
senso di malessere pi o meno spiccato, un mal di capo d'ordinario
assai penoso e dei dolori piuttosto vivi agli occhi, ai lombi,
alle articolazioni e alle masse muscolari.
La seconda ondata, maligna, colpisce in autunno l'intero
continente. I clinici italiani distinguono tre variet: catarrale
(pneumonica), digestiva (gastro-enterica), nervosa (meningo-
encefalica). [...]
La scienza medica sa dunque o intravvede molte cose, ma poche
ancora sotto l'aspetto eziologico. Il professor Pietro Rondoni,
affermato patologo generale, in base ad accurate ricerche
batteriologiche condotte nel fiorentino Arcispedale di S. Maria
Nuova, nota che solo nell'8 per cento dei casi  reperibile l'
Hemophilus influentiae, il coccobacillo amico del sangue
scoperto nel 1892 da uno degli assistenti di Koch, Richard
Pfeiffer, e da molti indicato quale agente batterico responsabile
dell'epidemia. Il 19 dicembre 1918, in una sua relazione, Rondoni
afferma che l'agente etiologico dell'influenza non  ancora
conosciuto con sicurezza.
Due mesi prima della relazione di Rondoni, Charles Nicolle,
direttore della sezione tunisina dell'Istituto Pasteur, ha
dimostrato che l'agente eziologico dell'influenza e cos
infinitesimo da poter attraversare le ultrafini porosit di un
filtro da laboratorio, mantenendo la contagiosit del catarro
ultrafiltrato:  dunque un ultravirus, un nemico presente ma
invisibile, poich il microscopio elettronico con cui si potrebbe
vederlo sar messo a punto solo vent'anni dopo. Quando il nuovo
strumento sar disponibile, il virus micidiale sar gi scomparso
da tempo, per latenza o estinzione o mutazione. Verr ricercato
invano dai paleopatologi: nel 1951 una quipe statunitense,
esumati nella regione artica i cadaveri ibernati di alcune vittime
eschimesi della spagnola, non ritrover nei frammenti di tessuto
polmonare congelato alcuna traccia dell'antico nemico. Questi era
e rester invisibile, velato di mistero.
Per sollevare in parte il velo di questa storia misteriosa, va
detto che, un mese prima della sperimentazione di Nicolle, un
veterinario del Middle West, muovendo dal riscontro di una
epizoozia suina di tipo influenzale benigno, aveva formulato
l'ipotesi che il relativo agente causale, per s poco virulento,
associandosi nell'uomo al bacillo di Pfeiffer, altrettanto mite,
realizzasse un sinergismo di potenziamento moltiplicatore delle
rispettive virulenze dando luogo a una coppia batterico-virale
altamente patogena, valicante le resistenze di organismi indifesi,
sprovvisti di anticorpi specifici. Dalla quasi amicizia coi maiali
-ss-fila- il virus passa all'inimicizia con l'uomo. Se Girolamo
Fracastoro aveva dato nome sifilide alla malattia provocata dal
trasformarsi degli uomini in porci, come dovr chiamarsi il virus
suino trasformato in umano? La scienza medica del Novecento, pi
geometrica e rigorosa di quella fantasiosa cinquecentesca, lo
chiamer virus A eleggendolo a capostipite di un albero virologico
cui apparterranno i virus A 1, e A 2, quest'ultimo responsabile
dell'epidemia influenzale asiatica del 1957.
L'invisibile virus  anche inafferrabile. La scienza medica, se
poco sa circa le cause, nulla pu con le cure. Privi come sono di
cure efficaci da fornire ai malati, alcuni medici modellano la
loro prassi clinica sul nichilismo terapeutico dei professori
ottocenteschi di Scuola viennese, dotti, ma scettici. Buoni
diagnosti, ma curanti rinunciatari, si rimettono, come ai tempi
delle pi remote pestilenze, alla gran forza risanatrice della
natura. Altri medici invece, asserendo che non bisogna lasciare
nulla d'intentato, ritengono di poter trarre il bene dal male:
l'epistassi (cio il sangue dal naso) che caratterizza la malattia
 considerata un utile salasso spontaneo, cui aggiungono la purga
della salute, cio il tradizionale olio di ricino. Manca solo il
clistere per ricomporre il tripode curativo classico, deriso da
Goldoni.
La maggior parte dei medici si affida per a farmaci quali la
canfora, la caffeina, la fenacetina, il benzoato di sodio, il
chinino. Il chinino vale come sintomatico, non come curativo
specifico n come preventivo:  un farmaco la cui azione
profilattica di fronte all'influenza  risultata nulla. Nel dare
questa e altre misure di iniziativa individuale, il professor
Micheli indica quale presidio profilattico principale una
maschera fatta con quattro o cinque fogli di garza asciutta per
difendersi dalle secrezioni naso-faringo-bronchiali che i pazienti
lanciano parlando, specie coi colpi di tosse, in tutti i sensi
sotto forma di minutissime goccioline. Le donne di casa possono
usare come mascherina sterile la reticella metallica del colino
per la salsa, fissato agli orecchi con un cerotto e imbottito di
garza medicata: un moderno pomum ambrae, spugna imbevuta di aceto
e di essenze che il medico della peste infilava nel lungo naso
della propria maschera di cartapesta, per annusarla e filtrare con
essa l'aere pestilenziale.
In carenza di una strategia sanitaria da parte dello Stato - i cui
provvedimenti profilattici a carattere collettivo oscillano tra
l'improvvisazione e la contraddittoriet, tra la genericit e
l'inconsistenza pratica - le sopracitate misure d'iniziativa
individualenon sono altro che gli ottocenteschi consigli e
conforti dei tempi di pestilenza, riesumati e riproposti: curare
la pi rigorosa pulizia personale, tenersi lontani, per quanto 
possibile, dagli influenzati e dai convalescenti. Non manca chi
prende a pretesto quest'ultima prescrizione per giustificare
l'allentamento dei vincoli familiari, la rottura della solidariet
di vicinato, la frantumazione dei rapporti sociali. Se l'igiene
individuale deve surrogare la sanit pubblica, faccia ciascuno per
s e si salvi chi pu.
